Screziature è una mostra che indaga l’idée fixe della pittura: una pittura “di precisione”, “di riflessioni”, “di interrogazioni” e persino “di contraddizioni”. Attraverso supporti tradizionali o anticonvenzionali, forme strutturate oppure destrutturate, gli artisti espongono opere di periodi diversi, nell’intento di evidenziare la loro propensione a mettere in discussione la persistenza della pittura. Sconfessando il semper idem (che definisce la cifra stilistica di un autore condannandolo però ad asfittici manierismi), gli artisti qui coinvolti sperimentano l’idioma pittorico, nel tentativo di ridefinirne le istanze e gli stilemi. Ancor prima che concepita, la pittura è vissuta anzitutto come un polo d’attenzione/attrazione (sia per l’artista che per lo spettatore) che si declina nel nitore di Paolo Masi [Firenze, 1933], nel murmure di Paolo Iacchetti [Milano, 1953] e nel lucore di Gianni Moretti [Perugia, 1978]. Nonostante l’evidente gap generazionale – un ventennio circa li divide all’anagrafe – i tre artisti trovano cogenze e molteplici tangenze tra le loro opere. A partire dagli anni Settanta, la ricerca di Paolo Masi si è incentrata sulle sperimentazioni materiche e le sollecitazioni cromatiche. Tenendo fede alla sua volontà di differenziarsi, sia nei procedimenti, sia nelle tecniche, Masi è presente in mostra con due opere storiche in cui si evince la predilezione per materiali che ne hanno caratterizzato l’iter artistico: il cartone e il plexiglas. Le altre opere di Masi sono invece datate agli anni Novanta, allorquando l’artista si assume la responsabilità di riconsiderare i processi percettivi connessi alla luce (quindi al colore, e di conseguenza alla pittura), alternando strutture geometriche e sequenze ritmiche come nel caso della serie Contenitori di forma colore. I caratteristici monocromi di Paolo Iacchetti, di cui si dà testimonianza anche in questa mostra, dialogano con l’attuale [per]corso della sua ricerca, in cui la superficie pittorica aspira ancora una volta a una dominante cromatica, ottenuta non più per velature ma grazie a un infittirsi di segni che creano una trama equorea. Il segno – proprio come il sema nel linguaggio – è origine di una sensuosità ondivaga, un “divagare” che sembra fremere di continuo, come a voler uscire dai confini del telaio. Per gli spazi della galleria, Iacchetti ha infatti concepito un intervento site-specific che si pone in osmosi con l’ambiente, diventando esso stesso un volume architettonico. Tutta questa pittura che brulica sulla tela e sulle pareti è concepita dall’artista come «frammento, momento di visione unitaria possibile, ma sfuggente». Pur non essendo un pittore in strictu sensu, Moretti è intimamente pittorico nei suoi metallizzati. Nei suoi monotipi si possono intuire – più che vedere – delle teste disorientate e quasi inconsistenti che si involano nelle sale espositive; sopra a dei listelli disseminati sulla parete, l’artista adagia dei sottili fogli di carta velina affinché possano riconfigurare i propri volumi, cessando così di essere supporto della stampa ma forma che dialoga con la stessa stampa che custodiscono.