L’uomo, nello specifico un filosofo, che per primo si dedicò allo studio dei colori è riconducibile alla nota figura di Aristotele (384-322 a.C.). Il pensatore originario della penisola Calcidica ed allievo di Platone, approfondisce tali temi sia all’interno del trattato Sull’anima, sia nell’opuscolo Sul senso e sui sensibili, appartenente al gruppo di brevi opere conosciute col titolo di Parva naturalia, ossia “Piccoli scritti naturali”. Aristotele tra le pagine di questi due testi introduce una teoria, secondo la quale il colore è qualcosa di fisico che appartiene alle cose, asserendo che la natura del colore è completamente indipendente dal meccanismo di percezione del colore. Sono le parole dello stesso filosofo geco ad introdurci a tale concetto: “Ciascun sensibile si può considerare sotto uno di due aspetti, in atto o in potenza. Il colore e il suono in atto sono lo stesso o altro dalle sensazioni in atto, e cioè dalla visione e dall’audizione”. Riflessioni sul colore, che hanno successivamente interessato altri insigni intellettuali come Isaac Newton con la Teoria della luce e del colore scritta nel 1672, Johann Wolfgang von Goethe, con la sua Teoria dei colori del 1810 oppure l’interessantissima ed attuale Arte del colore scritta da Johannes Itten del 1961. Tutti questi studiosi, che poi è anche ciò che accomuna gli artisti in mostra è il desiderio sensibile di indagare la materia, nelle sue più infinite consistenze e persistenze, la duttilità dei materiali e i risultati ottenuti dalla sua stratificazione, gli effetti della luce sul corpo creativo, come essa possa, intervenendo sull’oggetto artistico, interagire con esso modificandone vita, non solo visiva ma anche materica. Ed infine il colore nelle sue più svariate ed illimitate concordanze, assonanze, coesioni, metamorfosi, combinazioni e potenzialità luminescenti, fino a giungere addirittura alla sua assenza. Una riflessione e consequenziale trasformazione in elemento creativo, che fanno riferimento ad una persistente analisi e scomposizione finalizzata ad un successivo assemblaggio di idee e materiali, fino a poco prima impensabili. L’aspetto tuttavia al quale “tutto si deve” e dal quale tutto deriva è la visione immaginifica, quel senso di non limite, di varcare le soglie delle idee precostituite, dei risultati già ottenuti, del “già visto”, per provare a rischiare, ad allargare l’orizzonte, con una visone che ha nel rischio il proprio cliente abituale, ma sempre proiettata all’oltre, alla continua e indefessa ricerca espressiva che riesca a fare coesistere l’etica con l’estetica.