La mostra presenta alcune opere realizzate dagli iscritti e dagli ex-allievi della LABA che in quest’occasione riflettono sulla con/fusione delle discipline artistiche, instaurano un rapporto paritario con le ricerche artistiche dei loro docenti. Nella prima sala Umberto Chiodi presenta alcune opere del ciclo Crossage realizzato negli anni che decorrono dal 2013 al 2015; si tratta di opere su/di carta, dove il disegno a china e il collage a intarsio si confondono con l’intaglio del supporto stesso. Camilla Zanini si interroga su spazi che sono luoghi indefiniti e non limitati che contengono cose materiali. Tali “spazi” si raccontano facendo percepire in modo esplicito soltanto la loro presenza, talvolta negando la loro essenza e/o assumendo un’entità differente dalla loro origine. Indorare di Nicolò Maggioni prende spunto dal culto basato sull’Individuo e il suo immaginario, ossia sull’Arte intesa come Religione, equivalenza che viene palesata attraverso un inginocchiatoio che rende evidente le incongruenze che nascono da tale concezione. Nella seconda sala Giovanni Mantovani propone tre scatti del progetto Ball / Stone, opera che si propone di determinare ed esaurire tutte le presumibili combinazioni tra due elementi dissimili per forma e funzione. Individuati gli elementi, sono stati analizzati tutti i possibili binomi al fine di definire un sistema scultoreo che possa apparire in equilibrio. Martina Brugnara espone Marlis, un assemblaggio in legno ed attrezzi da lavoro, che fa parte di una serie di opere pensate dall’artista in relazione al coltellino svizzero Victorinox e alla famiglia che lo ha ideato alla fine dell’Ottocento. Morphing è invece il risultato di un lento ripescaggio di scatti realizzati durante il corso di tutta la vita di Susanna Bonetti; il lavoro comprende immagini provenienti da situazioni distanti tra loro nel tempo e nello spazio, le quali trovano il loro equilibrio una volta assemblate. Nella terza sala, Alberto Zanchetta propone una serie di “esercizi di stile” che consistono in monocromi-non-monocromi che intendono verificare la proteiforme identità della «pittura in assenza di pittura». L’installazione audio di Giorgia Ghiretti contiene una serie di campionature provenienti dalla cinematografia hard, qui riprodotti in loop per tutta la durata dell’esposizione. Proprio per quest’operazione di decontestualizzazione, il lavoro si trasforma in una sorta di “doccia fredda” per l’ascoltatore (da qui il titolo Frigidarium). Infine, l’opera di Miriam Ronchi è composta da alcuni blocchi di legno posizionati in equilibrio tra loro, in modo da riprodurre la struttura di una sedia; i vari elementi, che sono appoggiati anziché essere fissati, inficiano la possibilità di sostenere un corpo, esaltando così l’illusione puramente estetica di trovarsi di fronte ad una sedia.